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La mia poesia

La mia poesia

            A parte qualche raro componimento giovanile in lingua che trovava spazio su riviste scolastiche o della Scuola Allievi Ufficiali, un mio più serio approdo alla poesia è relativamente tardivo, collocandosi attorno alla fine degli anni Ottanta; si datano infatti attorno alla metà degli anni Novanta le prime partecipazioni ed i primi riconoscimenti a concorsi per lo più locali e a carattere provinciale.

          Il primo riconoscimento ad un concorso triveneto arriverà nel 1997, quando “Fogolar empizzà” guadagna una segnalazione alla 12ª Edizione del Premio “Ulgibos” di Cavarzere (VE). Un terzo premio, a livello triveneto arriverà nel 1998 al 4° “Conte Milone” di San Bonifacio con “Fogolar smorzà”, mentre il primo premio assoluto mi verrà assegnato, per la prima volta, al 13° Premio biennale nazionale “Guido Modena” di San Felice sul Panaro (MO) nel 1999; primo premio che bisserò poi nell’edizione del 2001. Nel frattempo c’erano stati anche, nel 2000, il primo premio al 12° “San Paolo” di Treviso e al 15° “Ulgibos” di Cavarzere (VE) ed il secondo premio all’8° “Walter Tobagi” di Venezia, bissato poi nella nona edizione del 2001.         

         Dopo aver lasciato la natia provincia di Bolzano ormai da qualche decennio ed essendo il dialetto trentino entrato nel frattempo nella mia parlata corrente, i miei versi si esprimono ora nel dialetto che era già di mia madre che, forse inconsapevolmente, mi aveva lasciato in eredità un ricco bagaglio di espressioni dialettali, anche furbesche e scherzose. E’ un modo di esprimersi che mi piace, che mi pare più congeniale e più immediato e che ho cercato di migliorare attraverso la lettura di molti importanti autori trentini dei quali, ancora mia madre, “esule” in quel di Bolzano, raccoglieva qualche opera.         

         Nell’aprile 2000 arriva alle stampe la mia prima raccolta di sessanta poesie col titolo “Rèfoi de destrani” (Ventate di nostalgia), seguita, nel dicembre dello stesso anno, da una seconda dal titolo “Uce che spónze” (Aghi che pungono). Si tratta, come scriverà la giuria di un premio, di “brevi componimenti di estrema semplicità che sanno trasmettere brividi ed aiutare ad immedesimarsi nell’estatica ammirazione di eventi naturali che sorprendono. La sua forza si trasforma in simbolo e la sua grazia minimalista aiuta a sentirsi invitati ad una festa”.
Nella prefazione a “Rèfoi de destrani”, Marcello Farina dirà che “Si coglie una dimensione comunicativa semplice e coinvolgente ad un tempo che, mentre rende estroverso lo stato d’animo di chi scrive questi testi, permette anche a chi li ascolta o li legge,di “intrufolarvisi” senza forzature e di sentire che si parla anche di lui, attraverso la creazione di sensazioni e di situazioni che evocano gioie e dolori, separazioni e abbracci, aspettative e delusioni”, mentre Walter Micheli, nella prefazione di “Uce che spónze”, osserva che
“Si colgono in una dimensione semplice e concentrata i sentimenti essenziali della vita: la gioia e il dolore, spesso l'inquietudine, la nostalgia, la fatica, la paura di non farcela…..C'è ancora, espressa con le parole antiche, l'inquietudine per le moderne tempeste del mondo e del secolo, che hanno reso tormentata la nostra terra”.

       Nel dicembre 2000, il compianto amico Bruno Groff, personaggio assai noto e notissimo poeta satirico dialettale di Trento, dopo aver letto “Uce che spónze”, in una breve lettera mi scriveva “…mi è piaciuto molto perché condivido il tuo grande amore per la natura in tutti i suoi aspetti; apparentemente tu la descrivi ma in realtà ne trai, in un linguaggio e in uno stile personalissimo, i sentimenti, le emozioni e i ricordi che da essa nascono e riemergono. Per non parlare poi del perfetto uso del lessico dialettale e della brevità delle poesie: tu riesci ad esprimere molte cose profonde in poche righe, dote che a molti poeti non è data”.

        Con il trascorrere del tempo, con la lettura e l’esercizio, ma anche con l’osservazione e la partecipazione agli accadimenti che giorno dopo giorno riempiono la cronaca dei nostri giornali, anche la mia poesia evolve su altri temi ed inizia decisamente a prevalere l’attenzione per il sociale.
Giungono, sempre graditi, altri riconoscimenti, fra i quali il 1° premio al “Premio Castello” di Villafranca nel 2001 ed il 2° al “Germano d’argento”, nel 2002.
E nell’ottobre del 2002 esce la mia terza raccolta dal titolo “Sgéve de vita” (Schegge di vita). Si tratta di sessanta poesie su temi di grande attualità quali ricchezza e povertà, migrazioni, rapporti Nord/Sud, globalizzazione, torri gemelle, guerra "giusta", guerra intelligente, ecc. e su alcuni problemi irrisolti dell'ambiente con un pensiero ricorrente a "quel qualcuno" lassù nel tentativo di superare dubbi, incertezze, disperazione, e con la voglia di ricominciare rimboccandosi le maniche. Nella sua prefazione, Vincenzo Passerini, allora presidente del Forum trentino per la pace, dirà che “Leonelli non vuole accomiatarsi dal lettore con una protesta o con un grido. Ha seminato grida e proteste da una poesia all’altra, con appassionata durezza. Aveva cominciato evocando “sgéve de vita/ ninade dal vènt/ de l’indiferénza”, speranze che muoiono. Ora vuole concludere il suo viaggio poetico riaprendo le porte al futuro … E così, le schegge di vita che sembravano perdersi inutilmente come fili di fumo, tornano a disegnare reti di solidarietà planetaria, fili sottili ma veri di un futuro possibile”. Irene Argentiero invece, nella propria prefazione, osserverà che
“di fronte ai grandi cambiamenti di questi ultimi mesi, che chiamano in causa tutti, anche la lingua “di casa”, quel dialetto che accompagna con il suo suono, con la sua cadenza melodiosa i vari momenti della giornata, acquista nuovi termini, si adatta a raccontare gli squilibri del mondo, le ingiustizie che colpiscono i più poveri e i più deboli, si piega a tratteggiare una realtà, che sulle macerie delle torri gemelle appare grigia e uniforme nelle sue espressioni di distruzione e fallimento”.

          In un breve scambio epistolare del 2002, Andrea Zanzotto non mancherà di farmi osservare, con amarezza che “oggi la posizione della poesia è peggiorata, in generale. Ma Lei coltivi la Sua passione, troverà ascolto”. Ed anche Paolo Ruffilli, in uno scambio epistolare dell’anno successivo, dopo aver letto “Sgéve de vita”, scriverà di “esserne rimasto coinvolto anche da una consonanza di specie esistenziale”.

          Altri riconoscimenti si aggiungeranno ai precedenti; fra gli altri il primo premio, con “Coriàndoi” alla prima edizione, 2003, del “Città di Lonigo” (VI) e con “Amór óltra la vita”, alla terza edizione, 2004, de “Il Rivellino” di Castel Goffredo (MN) ed il secono premio, con “Vòie stofegade” al 12° “Città di Rovigo”, 2004.
Nel 2003, “Sgéve de vita”, che è stato ben accolto anche in varie località dell’Alto Adige, avrà una prima ristampa.

         Nell’ottobre del 2004 vede la luce la mia quarta raccolta “Amór en zìnzorla” (Amore in altalena), Osiride Ed. Sono ottanta liriche sull’amore nelle sue più diverse sfaccettature, sulle quali, Franco de Battaglia, nella prefazione, dirà che “Leonelli ci porta dentro un labirinto di situazioni, ed anche di timori, recuperando – e sta qui il suo grande merito – il dialetto come linguaggio di verità profonda, interiore. … Predomina una lirica avvolgente, ritmata, segno quasi di una volontà di non prendere di petto la vita, ma di abbandonarsi alle sue oscillazioni, di farsene abbracciare. Anche le delusioni si riscattano nell’abbraccio che poi tutto comprende”.

          Altre partecipazioni ed altri riconoscimenti verranno a punteggiare il mio cammino poetico nella sua evoluzione che, sempre più spesso coinvolge anche tematiche derivanti dalla frequentazione della montagna.
Diverse sono le singole poesie della raccolta “Amór en zìnzorla” che hanno ottenuto riconoscimenti anche importanti: il primo premio con “Quéla ròda” all’Andrea Cason di Treviso, 2006 e con “Poesia” alla XVIII Ed. di “El Bòcolo” di Venezia, 2006. Ma in particolare mi preme ricordare di aver raggiunto, nel maggio 2006, con “Sgéve de vita”, la fase finale (5 finalisti) dell’importante premio “Aque Slosse” di Bassano del Grappa che, con cadenza quinquennale, premia la miglior opera dialettale edita.

La raccolta "Amor en zìnzorla" sarà invece finalista nel 2008, con premio speciale delle giuria, al 2° premio nazionale per opere edite "Villa Morosini" di Polesella (RO).

        “Sól e nùgole ‘n riva al lach” (Sole e nuvole in riva al Lago), Edizioni31, vede la luce nel maggio 2007 e comprende oltre 50 liriche che, pur con qualche sfumatura sarcastica e canzonatoria, vuole sostanzialmente essere un omaggio al paese di Calceranica al Lago. Come, nella prefazione, Giorgio Ragucci Brugger osserva: “Si tratta di un omaggio appassionato e sincero di notevole spessore culturale… difficilmente un vero poeta indulge in adulazioni o vuote celebrazioni nei confronti di chicchesia, la cosa che gli preme di più è manifestarsi nella sua autenticità di uomo e di artista. Guido Leonelli lo fa lucidamente e con profondo senso di responsabilità".

       Un anno dopo, giugno 2008, ancora con Edizioni31, vedrà la luce la raccolta “Far buti nòvi” (Fare germogli nuovi) la mia sesta “fatica”, sempre in versi dialettali ma del tutto atipica rispetto alle precedenti. Si tratta infatti, come viene chiaramente messo in risalto, di una libera traduzione in liberi versi dialettali di “A rinascere si impara” (Marcello Farina, Il Margine 2006). Alla domanda “Perché misurarsi con argomenti difficili, complicati a volte addirittura di non facile interpretazione …” rispondo io stesso nella premessa “… la voglia di prendere di petto una lettura che mi ha permesso di riprendere confidenza con certi argomenti … e che, alla sua conclusione, ha avuto la capacità di farmi sentire più in pace con me stesso; con una maggior carica interiore e un cresciuto vigore in quella che ritenevo dovesse essere la ripresa di una ricerca forse non interrotta ma sicuramente stanca, a volte svogliata. … La voglia di tradurre tutto in dialetto, di trovare un linguaggio immediato agli stimoli e alle domande che la lettura aveva suscitato. Un contemporaneo approfondimento dei temi, una ricerca di renderli il più possibile comprensibili anche in dialetto, esercizio spesso non facile ma che tanto mi ha stimolato e, perché no?, anche divertito ed appagato … La voglia di offrire questo mio “gioco” a chi ancora ama il dialetto al punto di desiderare di affrontare argomenti filosofici nella lingua che fu già dei propri genitori e della nostra storia non solo remota”. Ancora Paolo Ruffilli, autore di diverse opere e raccolte, fra le quali "La gioia e il lutto" e "Le stanze del cielo", dopo aver letto "Far buti nòvi", dirà: "Gran bel libro questo "Far buti nòvi", caro Leonelli. Che bella idea renderlo in questa lingua terragna, filamentosa, piena di materia. Un attraversamento di grandissimo godimento. Per un patito linguista come me, poi, in particolare. Ci torno sopra, perché la rilettura è d'obbligo".

      Ancora partecipazioni e altri riconoscimenti a concorsi triveneti e nazionali, fra i quali “El cónt” che si aggiudica, per la terza volta, il primo premio al “Guido Modena” di San Felice sul Panaro (MO), 2007; “El ritorno”, prima classificata al 13° “Conte Milone” di San Bonifacio (VR), 2007; “Vita”, secondo premio all’ 11ª Ed. del “Calastoria” di Valdagno, 2007; “Compìr i ani”, primo premio al 21° Enrico Zorzi di Negrar (VR), 2008; “No gò paróni”, secondo premio al 13° “Murazzo” di Pellestrina (VE), 2008; "En doi", secondo premio al 14° "Città di Rovigo", 2008; "El ritorno", secondo premio all'8° "Bruno Pasini" di Massa Fiscaglia, FE, 2008; "Làgreme scondùde", nel 2009 si aggiudica (per la quarta volta a questo concorso nazionale) il primo premio al "Guido Modena), S. Felice sul Panaro, MO.

        Nel gennaio 2009 vedrà la luce "2008 an bisèst" (2008 anno bisestile). In versi dialettali, briciole di cronaca dell'anno bisestile 2008 appena trascorso, tratte da articoli della stampa locale, elaborati in maniera originale e messi in versi a volte con intento mordace, con sottile e misurato sarcasmo, con ironia, con tono burlesco e canzonatorio; a violte asciutti, quasi una fotografia, altre con delusione o addirittura con amarezza. Si alternano così gli accadimenti quotiduani che hanno segnato il trascorrere dei giorni e, fra Adamao e Zanotelli, raccolti in puntuale ordine alfabetico, scorrono nomi di personaggi della politica e dell'amministrazione, accanto a nomi di "uomini di giornata" che hanno punteggiato il 2008. "Leonelli riesce un'altra volta a farci coinvolgere dai tempi e dai momenti. Non soltanto a ripercorrere il linguaggio dei nonni. Questo dialetto asciutto, ma anche colorato inoraggia al dialogo tra contemporanei. È un modo ritrovato, di voler bene alla città, al paese, a casa propria, a difenderla, a riproporla" osserva Giorgio Grigolli nella sua prefazione.
         Nel mggio 2010, ancora con Edizioni31, esce l'ottava raccolta col titolo "La ròda" (La ruota) che si compone di un'ottantina di liriche sulla ruota, metafora della vita. Nella prefazione, Lucia Maestri, assessore alla Cultura del Comune di Trento, osserva che
"è come immergersi nell'atmosfera familiare di un borgo antico delle nostre vallate. Sembra quasi di vedere il sole tramontare tra le case strette di un vicolo, di sentire voci e suoni di casa provenire da una finestra lasciata sochiusa ... Questo è un libro da leggere piano, con calma, magari nell'ora tèndra che può essere quella che accompagna l'allungarsi delle ombre nella sera.". Mentre Alessandro Martinelli, direttore del Centro Culturale Bernardo Clesio, nella postfazione osserava sua volta che "Guido, con questo scritto, ci aiuta a cogliere i passaggi fondamentali dell'esistenza; ci obbliga a pensare in un tempo, come il nostro, in cui il pensare sembra sovente zittito dalle voci urlate." Il giornalista Franco de Battaglia dirà, in un suo articolato scritto sul giornale Il Trentino, che "Leonelli scrive per portare avanti un dialogo serrato, di amicizia, di comunità, di verità, con i suoi lettori. Con questa scelta di "vicinanza", di cordialità poetica intima, senza distacchi letterari, Leonelli interpreta il ruolo più autentico del dialetto, che è anche il più attuale e innovativo. Che è la ragione del dialetto, quella per cui continua ad essere parlato".

          Ancora Paolo Ruffilli, in una nota di lettura del luglio 2013, di "El futuro 'n le radìs" dirà: "Caro Leonelli, il tuo libro rappresenta bene il mondo contadino e le sue tradizioni, recuperati attraverso una lingua, il dialetto trentino della Valsugana, e riproposti con una semplicità profonda per una sorta di documentazione dall’interno pensata a rivolta ai ragazzi, ma non solo. I luoghi, gli usi di un tempo, gli antichi mestieri, ritrovano le giuste parole per raccontarli a specchio di una serie di immagini che fanno da corredo fotografico al libro. Il progetto riesce in virtù della delicata e incisiva tua vena poetica, capace di ridare nome a una realtà per la maggior parte in via di sparizione. Un prezioso glossario arricchisce il volume, consentendo una comprensione chiara dei termini meno consueti. C’è, come introduzione, una pagina di Nino Forenza, di cui avevo letto in passato alcune cose di storia locale e che insiste qui giustamente sul fatto che perdere la propria lingua significa perdere se stessi, quale monito a chi, genitori e insegnanti, è chiamato ad assicurare la memoria del passato alle giovani generazioni. Un libro intenso e coinvolgente, che travalica l’ambito stesso della Valsugana e del Trentino, portatore com’è di valori decisamente universali, come è tipico della poesia autentica".

                  Attraverso la lettura di diversi autori, nel 2008, pur senza trascurare il verso libero, inizio a cimentarmi con la metrica, un modo per me del tutto nuovo di esprimermi, saltuariamente anche in lingiua, e qualche anno dopo inizio a confrontarmi con i miei sonetti in qualche concorso. Dopo molte delusioni e qualche secondario riconoscimento, le prime imporanti soddisfazioni arriveranno a partire dal 20011 con "Ma ti me vòt bèn?", 1° premio al 6° "la Carica" di Pastrengo (VR); seguiranno poi il secondo premio, c on "Aqua", al 2° "Città di Grottamare" del medesimo anno; nel 2011 sarò anche uno dei cinque finalisti al Concorso Nazionale Diego Valeri" di Pieve di Sacco (PD); è del 2012  il 1° premio con "Sòrt e bonasòrt", alla terza edizione del "Città di Grottammare"; altro sonetto premiato col 1° premio sarà "Do lugherini" al 23° "Raìse" di Arquà Polesine (RO), 2014, cui seguirà il secondo premio, con "Sangiot", al 16° "Murazzo" di Pellestrina (VE), 2014.

Una bella e importante gratificazione arriverà col 2° premio alla terza edizione del Concorso Nazionale "Salva la tua lingua locale" indetto dall'UNPLI (Unione Nazionale Pro Loco d'Italia), Roma 2015 dove viene premiato, da un'imporante giuria, un trittico a verso libero: "Balanzìn de precision", "Vita" e "Sgrìsoi".

Ma lentamente, anche, ma non solo, con l'avanzare dell'età, l'interesse per i concorsi poco a poco scema e si riduce molto la mia partecipazione, pur continuando a scrivere con grande sodisfazione personale. 

 

 



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